Laboratorio teatrale

Referente: Costanza Pannacci  - cpannacci@hotmail.com


La riscoperta del corpo vissuto

L'utilizzo delle arti espressive e performative e l'approccio a mediazione corporea sono interventi  utilizzati stabilmente all'interno del Centro e possono essere considerati, assieme al lavoro psicologico e alla riabilitazione nutrizionale, parte integrante  dei percorsi riabilitativi per chi soffre di anoressia e bulimia. Uno dei tratti distintivi di queste patologie è  infatti l'ossessione per il corpo, offeso e percepito come nemico,  vissuto contemporaneamente come mezzo cosmetico e oggetto di rifiuto, spesso additato sul banco degli imputati come causa principale  delle sofferenze che affliggono la persona. Questa ostilità verso il proprio corpo, che ha radici multiformi , necessita di essere curata attraverso un processo complesso di risignificazione dell'esperienza vissuta, che nel percorso di cura si trova ad affiancare costantemente il parallelo lavoro di ripristino di una buona condizione fisica.  L'accento viene posto sul corpo nella relazione, intendendo con essa  la modalità con cui il corpo sente il mondo, che è il punto di riferimento principale attorno al quale avviene l'organizzazione dell'affettività e quindi del rapporto con l'altro. Questo sguardo aiuta a porre l'attenzione sul corpo vissuto, sede della vita  emotiva, luogo di piacere e dispiacere,  donando nuovo spazio e dignità alle dimensioni oscurate dal pensiero unico e totalizzante della malattia, Si tenta quindi di sostituire l'idea di qualcosa che manca o che va corretto, modellato e riaggiustato, con l'attenzione per ciò che già esiste e ha bisogno di crescere, attraverso una pratica educativa corporea basata  sull'importanza del simbolismo della gestualità come soddisfazione dei desideri più profondi, dando ampio spazio alla comunicazione non verbale e alla possibilità espressive che essa include.

Identità, ruolo, immaginazione

Il lavoro teatrale ha tra i suoi fini principali quello di  facilitare l’accesso agli stati affettivi e alla dimensione emotiva legata al corpo. Più nello specifico, esso permette  l’esplorazione di  contenuti legati al proprio vissuto all’interno di uno spazio e di un tempo altro, quello dell’immaginazione.  Questo snodo è particolarmente importante all’interno di una patologia nella quale una delle difficoltà più grandi è costituita dall’incapacità di distinguere tra la propria identità e il ruolo rigido assegnato dalla malattia. Utilizzare il teatro a scopo terapeutico significa  quindi, oltre ad accompagnare  e favorire il recupero di una gestualità e di un’espressività più autentica,  aiutare il paziente a traslare la propria emotività  sul piano simbolico offerto dalla dimensione narrativa e rappresentativa dello spazio teatrale. E’ molto in virtù di questo “spostamento”, che consente l’esplorazione del proprio vissuto in un luogo altro, reale e immaginario allo stesso tempo,  che è possibile cominciare ad indirizzare la pressione dei contenuti emotivi al di fuori del cerchio che li opprime. Recitare permette infatti di esperire la realtà a un livello più profondo, immedesimandosi in un ruolo ed esplorandone le tutte le possibili dimensioni fino in fondo,  mantenendo però la consapevolezza di impersonare qualcuno o qualcosa che è altro da sé.  Per questo motivo, un buon  primo passo da compiere  per tentare una risignificazione  del ruolo e dell’identità  può essere fatto in direzione di un lavoro sul personaggio, elemento narrativo che, passando per il tramite dell’identificazione, più di tutti si situa al confine tra identità e alterità. Stanislavskij, il più grande teorico del lavoro dell’attore sul personaggio ci illumina in proposito:
“Che cosa vuol dire recitare nel modo giusto? Vuol dire pensare, voler desiderare, agire, esistere sul palcoscenico nelle condizioni di vita di un personaggio regolarmente, logicamente, coerentemente e  umanamente”
Lungi dall’imitazione meccanica di gesto e voce, il compito dell’attore nella interpretazione è quello di incarnare esteriormente ciò che è vissuto interiormente.  All’espressività corporea è perciò assegnato il compito di farsi veicolo delle esperienze immaginative e sentimentali. Veicolo sì, ma non riproduzione: per Stanislawskij è infatti impossibile riprodurre direttamente un sentimento, perché quest’ultimo può generarsi solo quando l’attore vive o rivive situazioni autentiche. Esso cioè, non nasce prima dell’espressione, ma si genera nel contesto dell’esperienza:
“E’ come dire, quando saprò nuotare, comincerò a fare i bagni. Capisco che tu desideri arrivare direttamente al sentimento. Sarebbe la cosa migliore. Ma i sentimenti non si possono trattenere dalle dita, come l’acqua. Perciò, dobbiamo cercare un mezzo concreto per agire su di essi”.

Il lavoro sul personaggio consente quindi non solo di sviluppare l’immaginazione, ma di sviluppare quella tessitura di immaginazione e realtà che munisce di senso il contesto situazionale della storia da interpretare. Il lavoro teatrale che si svolge in ambito terapeutico segue in qualche modo il percorso dell’attore all’inverso: se infatti l’attore è alla ricerca di una tecnica per dare forza e vigore alle diverse maschere che, di volta in volta, nelle svariate interpretazioni, prende temporaneamente in prestito,  in teatro-terapia il vigore dell’esperienza emotiva dei  personaggi è utilizzato per essere ricondotto e far leva sul vissuto interno di chi interpreta, attraverso un movimento di reinteriorizzazione. Nel caso specifico di pazienti affette da DCA, appare più appropriato che mai parlare di una necessità di re-interiorizzazione dei propri vissuti se si tiene conto che, entrambi i disturbi principali, ci pongono prepotentemente di fronte a un’esteriorizzazione letterale della propria vita emotiva, tanto nella teatralizzazione anoressica dell’estinzione del proprio corpo, che nell’incapacità di ‘digestione’ delle proprie emozioni inscritta nel vomito bulimico. Se allora, come afferma V. Ruggieri, il  compito del teatro (e dunque, il compito dell’attore) è quello di dare corpo all’immaginazione, si può dire che il nostro compito, nel trattamento di queste pazienti, assomiglierà, quasi inversamente, a dare a codeste immaginazioni disperse un corpo.

Il laboratorio teatrale a Palazzo Francisci

In fase laboratoriale, gli incontri hanno contenuti calibrati sulle tematiche proposte dalle pazienti o sulle problematiche evidenziate durante il percorso terapeutico in relazione alla loro valenza simbolica. L'approfondimento della dimensione immaginativa e interpretativa avviene più specificamente nel corso della preparazione di spettacoli teatrali aperti al pubblico  che vengono frequentemente messi in scena all'interno della Residenza e costruiti a partire dal materiale improvvisativo prodotto durante i laboratori e dall'utilizzo di testi letterari scelti in base al tema. Negli ultimi anni questi spettacoli sono stati più volte ospitati all'interno della programmazione del TodiFestival, a testimonianza e sostegno del lavoro di rete che lega la Residenza alla comunità locale.


Riferimenti bibliografici:
-ROSSI GHIGLIONE, ALESSANDRA – PAGLIARINO, ALBERTO, Fare teatro sociale, Dino Audino Editore, Roma 2011
-RUGGIERI, VEZIO, L’identità in psicologia e teatro, Magi Editori, Roma 2012
-SPOLIN, VIOLA, Esercizi e improvvisazioni per il teatro, Dino Audino Editore, Roma 2005
-STANISLAWSKIJ, KONSTANTIN SERGEEVIČ, Il lavoro dell’attore, Laterza, Roma-Bari 1985
-Zamir, Tzachi, The theatricalization of death, in Journal of Medical Humanities, XXXIII, 1, 2012



Ultimo aggiornamento: 13/04/2017